LA RIFORMA DEL MERCATO DEL LAVORO CHE DIVORO’ SE STESSA

Scritto il alle 12:37 da Paolo Cardenà

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jobs ACTTrovo che il dibattito politico sull’articolo 18 e, più in generale, quello sul Job Act, si fondi sul nulla.

Vi chiederete perché affermo questo, immagino. Lo affermo per il semplice fatto che tutto dipende dal mondo in cui viviamo e dal modo in cui vogliamo viverci. Il mondo è globalizzato, l’economia è globalizzata e i mercati lo sono ancora di più. Le nostre aziende (quelle rimaste) si trovano a competere con economie che hanno modelli di business del tutto deregolamentati (vedi Cina, ma anche tante altre economie). Davvero vogliamo credere di poter competere con altri competitors modificando l’art 18?

Con le riforme del mercato del lavoro,  in estrema sintesi, si tende a creare più flessibilità che, per forza di cose, si riflette anche sul costo del lavoro, che diminuisce.

Ok, facciamo tutte le riforme del mercato del lavoro possibili: rendiamolo più flessibile, tagliamo i salari e rendiamo il lavoro più competitivo. Di quanto vogliamo farlo diminuire? Lo vogliamo portare ai livelli cinesi, indiani, vietnamiti o altro? Ammesso che ci si riesca,  poi, che facciamo? Tutto risolto? Neanche per sogno!

Ci mettiamo a fare concorrenza al Bangladesh, ai vietnamiti, ai cinesi o agli indiani? Pensate davvero che potremmo fare concorrenza a popoli estremamente più operosi, che sono in grado di produrre lo stesso bene prodotto in Italia con la metà del tempo impiegato qui da noi, in assenza di eccessi di burocrazia (solo per usare un eufemismo) e a costi infinitamente di più bassi dei nostri.. Cioè, paesi che non hanno la zavorra del debito pubblico o quella derivante dai costi per il mantenimento dello stato sociale, con fattori demografici imparagonabili con quelli dell’Italia, che è invece vittima di un cronico deficit demografico, aggravato dalla fuga di massa di giovani ragazzi che stanno abbandonando il paese per cercare futuro altrove. Semplicemente impensabile.

Poi, ci sarebbe da considerare il fatto  che il costo del lavoro (o almeno parte di esso), essendo un reddito per chi lo percepisce, costituisce anche base imponibile da colpire con le imposte vigenti nell’ordinamento italiano. Le quali imposte sono necessarie per sostenere la spesa pubblica, ivi compresa quella destinata agli stipendi dei dipendenti pubblici. Davvero pensiamo che abbattere i salari privati ( e quindi godere di costi sul lavoro più competitivi) possa rimetterci in carreggiata, senza rendere flessibili anche i contratti del pubblico impiego, o senza tagliare la spesa pubblica? Se diminuisce la base imponibile dei redditi dei lavoratori dipendenti del settore privato, va da se che diminuisce anche la base imponibile da colpire con la tassazione. In poche parole, il gettito si contrae e dubito che possa essere compensato da un maggior numero di occupati derivanti da un mercato del lavoro più flessibile.

La macchina statale, per poter funzionare (peraltro male) ha bisogno di soldi, molti soldi. Se diminuisce il gettito, la macchina statale, siccome non si mette a dieta, allora aumenta il debito: cosa che peraltro sta già avvenendo a ritmi allarmanti.
C’è poi da considerare un altro fattore. Ossia che il debito privato è al 130% del Pil. E questi sono debiti che attendono di essere ripagati da parte di chi li ha contratti. Se diminuiscono i salari (per via di una maggiore flessibilità), diminuisce anche la quota di reddito disponibile per ripagare questi debiti, che invece non diminuiscono. Quindi, o non si pagano i debiti: ipotesi disastrosa, considerata l’estrema fragilità del sistema bancario;  oppure si riducono i consumi per poterli ripagare: ipotesi altrettanto disastrosa perché implicherebbe un ulteriore riduzione del PIL

Non sto dicendo che il mercato del lavoro non andrebbe rivisto, riformato, modificato o quello che diamine volete. Quel che sto dicendo è che occorrerebbe ripensare il modello economico del paese e chiedersi:  cosa vogliamo essere tra 20 anni? Dove vogliamo arrivare? Come vogliamo arrivarci? Da questo, poi, tutto quanto il resto.

Ed è assai difficile immaginare un lieto fine per l’Italia e per gli italiani.
E non sarà di certo l’articolo 18 o Job Act a risollevare le sorti del paese.

Ed ecco cosa dice Hans-Werner Sinn (Presidente dell’Ifo tedesca), in un articolo pubblicato daIl Fatto, che riprende le dichiarazioni rilasciate al quotidiano economico Handelsblatt
…Per Sinn non ci sarebbero alternative: perché l’Italia torni a funzionare bisogna svalutare l’euro in Italia. Visto che l’euro o si svaluta dappertutto o non si svalutada nessuna parte, questo significherebbe svalutare i beni e i servizi che l’Italia produce e vende per adattare il loro prezzo alla minore produttività italiana. Si chiama “svalutazione reale” e non è certo la prima volta che se ne parla. Il professor Sinn scende però nei dettagli: da quando si decise di introdurre l’euro (1995) alla fine del 2013 – spiega – l’Italia è diventata più cara del 25% rispetto ai suoi partner commerciali. Il 17% a causa di un’inflazione relativamente più alta, a cui va sommato l’8% dovuto alla rivalutazione della lira prima dell’entrata nell’euro. Rispetto alla Germania – che invece nel frattempo ha introdotto politiche di contenimento salariale (cosa che Sinn omette di dire) – l’Italia sarebbe diventata più cara addirittura del 42%.Ma in cosa si tradurrebbe una “svalutazione reale”? Hans-Werner Sinn accenna alla  “moderazione salariale”, a “maggiore flessibilità” nel mercato del lavoro. In effetti, se si vuole diminuire il prezzo di un bene che si esporta e non si puo’ intervenire sul tasso di cambio, la via più rapida passa per il taglio dei salari. Una misura che, come deve ammettere lo stesso Sinn, porterebbe sì a un abbassamento dei prezzi italiani ma aumenterebbe il peso del debito privato mettendo in difficoltà i debitori, il cui debito reale crescerebbe. “Molte imprese e famiglie finirebbero in bancarotta”. In più, aggiungiamo noi, si abbasserebbero le entrate fiscali e peggiorerebbe la dinamica del debito pubblico. “Una valle di lacrime”, continua il professore, che però nessun attore di “un mondo politico (italiano) preso da preoccupazioni di breve periodo” avrebbe il coraggio di attraversare.

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6 commenti Commenta
draziz
Scritto il 10 ottobre 2014 at 13:09

Riforme, controriforme…
E’ evidentissimo che questo tipo di globalizzazione, peraltro assai incompleta dal punto di vista del commercio a causa di perduranti zone con barriere doganali e dazi che facilitano alcuni e penalizzano altri, dimostri come nel nostro Paese, come in tanti altri, il costo per unità di prodotto sia balzato ogni limite sostenibile.
Si vogliono mantenere standard di vita tipici di economie floride ed appartenenti al passato, insostenibili in questi anni.
Ma nessuno vuole rinunciare, soprattutto quelli che dormono con “Karl Marx sotto il cuscino”, neanche se potesse servire a far ripartire il lavoro per chi non ce l’ha. Chissenefrega, ognuno pensa a sé.
Sta di fatto che, nella nostra penisola, un lavoratore a tempo indeterminato viene retribuito per 15 mensilità (il TFR è di fatto una 15a mensilità) e presta lavoro per 8 mesi più o meno.
Non è questione di ridurre il compenso in busta paga, è questione di riallineare la retribuzione a quanto prodotto, eliminando i periodi di assenza retribuita e costosa per l’intero sistema.
I sacrosanti 26 giorni di ferie non vanno toccati, ma vanno eliminati i cosiddetti R.O.L. (104 ore di permessi retribuiti che si rifanno a festività abolite… ma se sono state abolite, perchè pagarle ancora?) e periodi di distacco dal lavoro per fare i fatti propri.
Per carità, nessuno tocchi l’indennità di malattia, ma altre assenze afferenti la sfera personale non andrebbero retribuite e comunque anche l’istituto della “carenza” nei primi giorni di malattia va sicuramente rivisto, perchè abusato e scaricato sulle spalle delle aziende al posto dell’INPS.
Caspita abbiamo fatto un’altra riforma del lavoro ed il mercato non riparte? Chissà come mai?
Ma finiamola di parlare di aria fritta e di pretendere di campare sulle spalle di qualcun altro.
Lavori ? Meriti di essere pagato (sperando che la qualità di quello che hai prodotto valga quello che chiedi), altrimenti… Vuoi startene a spasso? Ma fallo a spese tue !!

rnitti
Scritto il 10 ottobre 2014 at 14:12

Sono asolutamente d’accordo con la lucida analisi di questo articolo. Aggiungerei che i paesi citati, dove la retribuzione netta e’ di un ordine di grandezza inferiore ala nostra, hanno ha che fare con livelli di infelicita’ e disperazione individuale che non potremmo mai (per fortuna!) eguagliare.
Il punto, come viene fatto notare, e’ che la “bestia” statale sta affamando tutto e tutti senza dare nulla in cambio: quando demoliremo questo apparato (si tratta ormai di demolire non di riformare) dai risparmi conseguenti nasceranno quegli incentivi e investimenti per farci produrre meglio (prodotti piu’ evoluti, sofisticati, competitivi non per prezzo ma per qualita’ e innovazione) e questo credo sia il migliore obiettivo di porci come paese da qui a 20 anni.

lapradera
Scritto il 10 ottobre 2014 at 17:20

ehh si, un bel casino, ma secondo la mia opinione a livello politico si continuano a fare degli errori alquanto banali, ad esempio la questione degli 80 euro, questi denari sono stati dati a persone che un lavoro ce l’avevano già e quindi anche uno stipendio per non dire in quei casi che in famiglia lavorano in due quindi diventano 160 euro che entrano nelle stesse mura, il bello è che a quanto pare non li spendano nemmeno, in un momento così come questo sarebbe stato sicuramente molto meglio dare una cifra minima a tutti quelli che un lavoro non ce l’anno, ipotizzando di dare anche solo 300 euro per disoccupato avrebbe sicuramente dato immediatamente un risultato ed un effetto positivo sul pil anche se nell’unità dello 0,2-0,3, invece con la soluzione 80 euro si è visto il risultato, tra parentesi con questa seconda ipotesi il saldo inteso come spesa in uscita per lo stato a conti fatti sarebbe risultato pari alla prima ipotesi se non addirittura inferiore, dando 80 euro a che ne guadagna già 1200/1300/1440 chiaro che fa comodo e la persona che li ha ricevuti fà un saltino di gioia, ma se dai 300 euro a una persona che non ne guadagna nemmeno 1 fà un bel saltone di gioia, nonostante siano sempre solo 300 euro, mio nonno mi diceva sempre tra poco e niente è sempre meglio poco.
Dopo di che viene il tema pesante e che tutti fanno finta di non vedere ossia; ma la spending
review acclamata da tutti in pompa magna che fine ha fatto!! Cottarelli mi sembra che aveva chiuso il cerchio con un bel documento bello pesante preciso e sostanzioso ma tutti sia a livello politico che a livello mediatico non ne parlano più,li si che c’è un bel malloppo da recuperare, ma siamo alle solite l’Italia dei furbetti, mettendo mano li non si prendono i voti, ehhhh mi sa che ne vedremo delle belle. ciao

draziz
Scritto il 10 ottobre 2014 at 17:52

Ma il problema principale, come da titolo, è che il sistema così com’è divora proprio sé stesso.
Nei casi migliori fa come Chrono, divora la propria discendenza.
Non importa quanti sforzi produttivi e quanto capitale si inietti: è destinato tutto ad andare in fumo, ad essere polverizzato e stritolato da una macchina che prosciuga inesorabilmente le tasche di tutti.
Il punto d’arrivo? La distruzione della classe media e del sistema di imprese che ha fatto crescere il Paese.
A vantaggio di chi? Coraggio, pensateci bene…

lapradera
Scritto il 10 ottobre 2014 at 18:21

Ma il problema principale, come da titolo, è che il sistema così com’è divora proprio sé stesso.
Nei casi migliori fa come Chrono, divora la propria discendenza.
Non importa quanti sforzi produttivi e quanto capitale si inietti: è destinato tutto ad andare in fumo, ad essere polverizzato e stritolato da una macchina che prosciuga inesorabilmente le tasche di tutti.
Il punto d’arrivo? La distruzione della classe media e del sistema di imprese che ha fatto crescere il Paese.
A vantaggio di chi?Coraggio, pensateci bene…

EHHHH si, è proprio così, per fare un esempio, in questi ultimi anni ho visto imprenditori soprattutto del settore edile la quale visto che la propria azienda zoppicava per evidentissimi motivi di crisi del settore hanno così deciso di fondersi con una propria simile che anch’essa zoppicava pensando che sarebbero guarite, il risultato è che ora zoppicano più di prima, se il sistema è ingrippato c’è poco da fare, se i prezzi scendono per salvarti tu devi tagliare i costi e ahimè anche posti di lavoro “è da pazzi” lo schianto è assicurato. Il problema è che questo esempio lo si stà adottando un po’ in tutti i comparti produttivi Italiani, mentre nei comparti improduttivi si continua a spendere e spandere, lo schianto è di nuovo assicurato. ciao

dfumagalli
Scritto il 11 ottobre 2014 at 15:01

…Per Sinn non ci sarebbero alternative: perché l’Italia torni a funzionare bisogna svalutare l’euro in Italia. Visto che l’euro o si svaluta dappertutto o non si svalutada nessuna parte, questo significherebbe svalutare i beni e i servizi che l’Italia produce

Sinn ha “dimenticato” che le alternative ci sono, solo che guarda caso non le menziona.
Se l’Italia ha bisogno di svalutare e l’Euro non lascia svalutare, allora può sempre lasciare l’Euro (anche solo temporaneamente), mettersi a posto svalutando quanto basta e poi, eventualmente rientrarvi.

So no, l’Italia è MORTA. A differenza dei Paesi emergenti, oltre quanto indicato da Paolo Cardenà, noi non abbiamo alcuna materia prima, abbiamo eserciti di anziani che giustamente vogliono una pensione, poi siamo lontani dalle grandi rotte commerciali (specialmente il sud) e molto, molto altro.

In pratica, anche abbassando i salari a livelli da Estremo Oriente, ancora non basterebbe.
Inoltre sarebbe da fessi: abbiamo tantissime cose per poterci collocare ad un livello ben più specializzato e remunerato dei “Paesi carnaio” buoni solo per la manodopera di base… competendo con loro buttiamo via l’oro dalle finestre, oro che andrebbe ovviamente ai nostri “amiconi” del Nord Europa.

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