QUELLE (IN)CERTEZZE FISCALI CHE PESANO SUL NOSTRO FUTURO

Scritto il alle 08:47 da Paolo Cardenà

Guest post di F. M. Renne da TheFielder
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La politica fiscale dell’Italia è sempre al centro del dibattito politico, soprattutto in questi anni di crisi. D’altronde, in un’economia strutturalmente fragile, caratterizzata soprattutto da micro- e piccole imprese, con una pressione tributaria monstree un elevato tasso d’evasione, un’elevata incidenza del cuneo fiscale sul costo del lavoro e un progressivo incremento della tassazione indiretta e patrimoniale, le scelte di politica fiscale assumono una rilevanza che va oltre gli aspetti meramente tecnici. Occorrerebbero, dunque, un dibattito aperto sulle opzioni in campo e un’indicazione chiara della linea che il governo di volta in volta in carica intende perseguire, poiché ne va del nostro futuro.
Invece, non solo il dibattito spesso assume connotati superficiali, quando non demagogici, ma addirittura la linea stessa del governo attuale appare ancora incerta e, probabilmente, tutta da tracciare. Va bene che, dal governo Montiin poi, l’unico obiettivo facilmente comprensibile è stato quello (denominato «fase uno») dell’inasprimento delle imposte sui patrimoni finanziari (e immobiliari), farcito di continue esternazioni sulla panacea d’una (fantomatica, nonché discutibile nelle modalità) lotta all’evasione — poiché la «fase due» della crescita (affidata all’allora ministro dello Sviluppo Economico Passera) può dirsi non pervenuta nemmeno in un progetto embrionale. Va bene anche che ilgoverno Letta, soprattutto a causa d’un’eccessiva titubanza nella ricerca dei propri equilibri politici di sostegno parlamentare, ha generato una maestosa, iniqua telenovela sull’IMU che ha portato all’attuale IUC, con un effetto «Paga (TARI) e TASI», scaricata sull’incolpevole (?) allora ministro dell’Economia Saccomanni. Ma dal governo Renzi, stando ai suoi reboanti annunci e ai suoi (disattesi) crono-programmi, ci s’aspettava qualcosa di piú, in termini di coraggio e di definizione d’una linea fatta non solo d’annunci. Soprattutto in considerazione del DEF predisposto dal ministro dell’Economia Padoan — che, al di là del consueto istituzionale ottimismo nelle previsioni del PIL, previsto a +0,8% (sarà circa della metà, stando alle piú rosee previsioni attuali), prevede un +0,3% d’incremento della pressione tributaria per il 2014 (che diventerà maggiore, dato l’aumento del PIL inferiore al previsto) — e della delega in materia fiscale affidata al tecnico (e preparato) sottosegretario Zanetti.
Alcuni esempi, per rafforzare il senso di quest’incertezza: il «caos scadenze» TARI/TASI, che ha generato disparità di trattamento da Comune a Comune e alcuni effetti d’iniquità sostanziale; lo «stallo» sulle modalità tecniche del provvedimento venturo sulla «voluntary disclosure» (che sta assumendo forme d’accanimento terapeutico, stando al numero d’emendamenti e proposte di correzione che circolano in questi giorni), di cui si continua a non sapere il timingdefinitivo; il sempre piú evidente «scollamento» tra dichiarazioni pubbliche sul «fisco amico» (sic) e i comportamenti fattuali (normativi, interpretativi e giurisprudenziali) con buona pace dello Statuto del Contribuente su irretroattività delle norme, certezza dell’impianto normativo e delle scadenze, applicazione del principio del «giusto processo» — per evidenziare solo alcune lacune. Nemmeno il «treno» legislativo della legge delega per la riforma fiscale pare essersi avviato s’un binario che consenta d’ottenere risultati apprezzabili.
Eppure, questo stato di cose e le incertezze sul fisco in divenire sono i primi ostacoli al rilancio di qualsivoglia pianificazione d’investimenti, industriali, finanziari o immobiliari che siano, cosí per la grande azienda come per la piccola, cosí per l’industria finanziaria come per il piccolo risparmiatore.
Né aiuta la strada che sembra delinearsi (pur in assenza d’ufficializzazioni) come quella scelta dal governo Renzi. Si prospetta, infatti, una strategia in tre fasi. La prima dovrebbe essere costituita (1) dalla temuta modifica delle imposte sulle successioni, con una probabile riduzione delle attuali franchigie che avrà l’effetto d’attrarre a tassazione le donazioni fatte in passato e con la facilmente prevedibile modifica in senso progressivo delle aliquote, (2)dall’introduzione d’un’exit tax sui trasferimenti di residenza fiscale all’estero anche per le persone fisiche (di non semplice coordinamento con le norme europee di libertà di trasferimento delle persone) e (3) dall’implementazione di norme agevolative sul rientro dei capitali dall’estero (voluntary disclosure), probabilmente allargandone gli effetti al sommerso domestico (in una sorta di simil-condono in cambio dell’introduzione del reato d’autoriciclaggio) tramite l’implementazione d’una sorta di «ravvedimento speciale» sulle dichiarazioni dei redditi pregresse. La seconda fase dovrebbe esser data da (4) un riallineamento delle aliquote patrimoniali ordinarie sugl’investimenti finanziari e immobiliari, alzando le prime e riducendo le seconde (anche grazie all’effetto sui valori imponibili dovuto alla revisione del Catasto) e (5) dall’inserimento (ipotizzato fra un anno) delle rendite finanziarie in dichiarazione dei redditi ad aliquota progressiva IRPEF, che determinerà sí una maggiore progressività della tassazione su questo tipo di reddito, ma comporterà un freno agl’investimenti finanziari (date le aliquote fiscali elevate) e una sostanziale modifica dell’offerta di prodotti finanziari (con impatto sull’indotto di quel settore), poiché diventeranno preferibili soprattutto strumenti finanziari che consentano un differimento temporale dell’imposizione. Infine, terza fase, se tutto ciò non bastasse per riequilibrare il bilancio dello Stato, secondo l’ottica che traspare dalle intenzioni del governo, resterebbe l’ipotesi (6) d’un prelievo patrimoniale straordinario, una tantum ad aliquota consistente o periodico ad aliquota
Altro che sogno d’una riduzione del carico tributario, insomma. Vero, si parla di contestuale ulteriore riduzione dell’IRAP sul lavoro; ma di sogno reaganiano (o anche solo di riduzione delle aliquote sui redditi, come recentemente approvato in Spagna) non v’è traccia, poiché è ancora imperante il (falso, numeri alla mano) leitmotiv del «Pagare tutti per pagare meno», che ha portato le (giuste) misure di contrasto all’evasione a tramutarsi in una (pericolosa) lotta di classe contro la ricchezza, presuntivamente tutta frutto d’evasione. Oltretutto, sbilanciando cosí il rapporto tra fisco e contribuente, e prestando il fianco a politicamente discutibili conflitti d’interesse tra le esigenze finanziarie del Pubblico e l’interpretazione quasi costante delle norme in senso sfavorevole al contribuente.
Anche per questo occorre un’authority terza, formata da metà ministeriali e metà professionisti, che abbia potere sull’interpretazione delle norme, sugl’interpelli e sul coordinamento dei Garanti del contribuente — sottraendoli di fatto all’Agenzia delle Entrate — nonché sulle eventuali sanzioni in caso di mancato rispetto dello Statuto dei diritti fiscali. Politicamente, a costo ridotto per lo Stato, aiuterebbe a rimetterci in carreggiata in termini di certezza del diritto e dell’abusata fiducia nel riequilibrio del rapporto Stato–cittadino.
Chi scrive, peraltro, sostiene da tempo che la strada ipotizzata non è quella giusta, per la composizione sia del tessuto imprenditoriale sia della ricchezza delle famiglie. Senza una (forte) riduzione della pressione fiscale, non si potrà (mai) far ripartire l’economia, gl’investimenti, il PIL, l’occupazione. Ricorrere solo a (timide) riduzioni d’alcune imposte con contestuale inasprimento d’altre a parità di gettito serve solo agl’interessi del bilancio dello Stato. Necessario, il suo equilibrio, certo, ma non a scapito dell’economia; da perseguire come obiettivo di politica economica, certo, mariducendo la spesa improduttiva pubblica per consentire la riduzione delle imposte. Non altro.

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