CHIAMATELO PURE CON IL SUO VERO NOME: DEFAULT

Scritto il alle 00:25 da Paolo Cardenà

E’ di appena poche ore fa la notizia secondo la quale l’Eurogruppo avrebbe votato il secondo pacchetto di aiuti alla Grecia di 130 miliardi che vanno a sommarsi ai precedenti 110 del maggio 2010.

Soldi che, secondo una diffusa convinzione popolare sostenuta anche da gran parte dei giornali nazionali privi di cultura economica, servirebbero ad evitare un default della Grecia, default che, a pare mio, si è già da tempo materializzato.
In effetti non si capisce come non si possa parlare apertamente  di default se ai creditori privati, nell’ambito del processo di ristrutturazione del debito, viene imposto un taglio del 75% del valore facciale dei titoli ellenici, posto il fatto che, in caso di default, per materializzarsi, è sufficiente un semplice ritardo nel pagamento dei soli interessi. Ad ogni buon conto, superata comunque la disputa, di non poco conto a dire il vero,  tra default e non default, rimane il fatto che gli aiuti e il piano di (non) salvataggio approvato per Atene, è del tutto insufficiente e non risolutorio per l’uscita del paese ellenico dalla stato di crisi.  E’ ciò perchè il pacchetto di aiuti, arrivato fuori tempo massimo,  imporrebbe alla Grecia una riduzione del rapporto debito/Pil (oggi al 160%), al 120% entro il 2020 da perseguire unicamente a  colpi di austerità, tagli e dismissioni senza affrontare il tema fondamentale della crescita. In realtà, questo processo di convergenza verso  un livello di rapporto debito/Pil del 120% è del tutto inverosimile con la crescita negativa che ha caratterizzato gli ultimi anni della tragedia greca e appare  del tutto  impensabile che lo Stato ellenico, già da domani, sia in grado di produrre una crescita significativamente robusta in grado da poter assorbire il proprio debito fino al 120%. Ciò in quanto, come già segnalato, Atene, non disponendo, tra l’altro,  di un tessuto industriale e manifatturiero ad alto valore aggiunto, dovrà oltretutto vedersela con la svalutazione interna dei salari, degli stipendi, delle pensioni e con tutte le misure di austerità volute dalla Trojka che determineranno una continua caduta del Pil, allontanando, sempre  più, l’obbiettivo programmatico. In altre parole, ciò che si sta chiedendo ad Atene è una vera e propria rivoluzione copernicana della propria economia che, per uscire dalla grande tragedia, dovrà  riconvertirsi e basarsi su una solida industria, competitiva, capace di esportare e di produrre ricchezza. Ma per reinventare l’assetto economico e produttivo di una nazione, peraltro del tutto priva di qualcosa di simile e ammesso che ci si riesca, occorrono decenni e nulla, allo stato attuale, appare più improbabile. Se l’obiettivo dell’Europa era comunque quello di evitare un default, semmai disordinato, penso che la leadership europea abbia fallito anche in questo poichè le misure varate per Atene produrranno quale unico effetto , solo quello di guadagnare ulteriore tempo. Il default della Grecia, quello disordinato intendo,  è solo rinviato, ma non il fallimento dell’architettura politica Europea, incapace, come nel caso Greco, di produrre soluzioni idonee a spegnere un piccolo focolaio che nel frattempo è divenuto un grande incendio e che ora si tenta di arginare a colpi di austerità e di abbattimento di strutture democratiche e sovrane.

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